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Miti e leggende dei fossili del Lario occidentale:
“La leggenda degli zoccoli del diavolo”
“Storia locale popolare raccolta da Attilio Selva
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Sicuramente a molti abitanti delle sponde del Lario è capitato, qualche volta, di trovarsi di fronte a un fossile che ha fatto sorgere in loro curiosità e forse anche una sorta di perplessità.
I luoghi in cui è più facile imbattersi in un fossile sono i calcari triassicidelle dolomiti altoatesine e delle Prealpi Lombarde, da noi presenti al Dossone di Nava presso il comune di Griante, al “Sasso degli Stampi (“Praa della Taca”) a Tremezzo (fraz. Bonzanigo) o al Sasso di Musso. Si tratta di impronte di conchiglie bivalvi dei generi Conchodon o Megalodon (conchiglie a due valve come le ostriche, le vongole o i mitili) che risaltano sulla superficie rocciosa in sezione trasversale assumendo una strana forma a “cuore”. Questi curiosi segni, paragonati a “tacche” incise nella roccia, vennero scambiate dai pastori per impronte di mandrie di cavalli o, secondo altri, segni del passaggio del demonio dalla “zampa simile allo zoccolo di cavallo”.
Nei prati del Dossone di Nava, dove si rin¬vengono numerosi fossili di megalodonti, si trova il “Buco della Rotella”, una grotta verticale che scende per 100 m nelle viscere della montagna. La presenza della grotta e dei fossili dalla curiosa forma a “zoccolo di cavallo” hanno scatenato le teorie più fantasiose degli abitanti del luogo. La leggenda narra di un vulcano che scatenò un’eruzione apocalittica, esauritasi la quale, lasciò un baratro profondo (Buco della Rotella). L’evento immane provocò la fuga di mandrie di cavalli e addirittura del diavolo, le cui impronte rimasero impresse nella roccia ancora calda e malleabile. A sostegno di questa tesi, si ipotizzò la presenza di rocce laviche, eruttate dal vulcano in diversi blocchi di colore rossastro. Oggi sappiamo che questi blocchi sono massi erratici trasportati da un antico ghiacciaio e deposti nelle vicinanze di Tremezzo-Griante.
Una variante della leggenda narra l’arrivo di un’arca di Noè dalla quale sarebbero scesi numerosi animali i quali avrebbero lasciato impresse le impronte sul terreno fangoso (ora consolidato). Queste false tracce sono in realtà numerose cavità dovute all’erosione dell’acqua che corrode le rocce calcaree originando forme variabili. Esse sono state interpretate dalla medesima fantasia, come impronte di orsi, galline e altri animali. Il calderone delle leggende trova spazio anche per l’immagine del sacro, infatti esemplari ridotti di Megalodon osservati nelle adiacenze della chiesa di San Martino vennero attribuiti ai “passi della Madonna”.
I Megalodon (Megalodon gümbeli) e i Conchodon costituiscono due fossili guida delle formazioni rocciose risalenti al Triassico superiore (Norico-parte terminale del Retico), circa 200 milioni di anni fa. Queste formazioni, descritte dall’illustre geologo Antonio Stoppani fra il 1858 e il 1881, prendono il nome di Dolomia principale a Megalodon gümbeli e di Dolomia a Conchodon infraliasicus, dai due lamellibranchi più abbondanti. I molluschi descritti, che potevano raggiungere i 20 cm di lunghezza, vivevano sul fondo di lagune ipersaline localizzate in corrispondenza di piattaforme marine. Il clima, molto diverso dall’attuale, doveva essere molto caldo, probabilmente le condizioni generali erano analoghe a quelle degli attuali tropici.

Il gomitolo delle leggende cominciò a sfumare verso la metà del 1900: il miglioramento e l’incremento delle strutture scolastiche, i mezzi di comunicazione a disposizione di tutti e l’affermazione definitiva di una moderna e fiorente paleontologia hanno permesso la circolazione del concetto di fossile anche nelle “sperdute” valli Lariane. Il rinvenimento casuale di conchiglie pietrificate in alcuni paesi del Lario e del Ceresio era spiegato secondo leggi naturali. Le persone “interrogate” circa la natura di questi strani fenomeni geologici rispondevano: “è una conchiglia pietrificata, infatti qui una volta era tutto coperto dal mare !!”. Questa semplice affermazione racchiude un enorme mutamento del pensiero scientifico: “l’idea che la Terra presentasse un aspetto diverso dall’attuale e che questo ambiente sia parzialmente cambiato nel tempo!”. Gli scienziati avevano insegnato a prendere in considerazione la Bibbia (che affermava la stabilità della terra) solo dal punto di vista religioso e non da quello scientifico. E’ opportuno precisare che se analizziamo dettagliatamente l’affermazione “qui una volta era tutto coperto dal mare!” ritroviamo ancora degli errori di interpretazione rispetto alle moderne concezioni della geologia; infatti, ancora oggi, molte persone sono convinte che il mare ricopriva il territorio come lo si trova allo stato attuale. Per esempio, rimanendo in ambito locale, l’acqua marina avrebbe occupato i territori del Lario Occidentale lasciando emergere (a detta di molti) le montagne più alte. Si tratterebbe così di una forte invasione marina perdurata per molto tempo, un tempo così lungo da lasciare tracce di organismi marini pietrificati.

Questa interpretazione riporta alle teorie di Ristoro d’Arezzo (1282) che trovava nel diluvio universale la causa della presenza di fossili marini sulle montagne. In epoca successiva (1517) Girolamo Fracastoro sostenne correttamente che un’invasione marina come quella diluviale, essendo stato un episodio limitato nel tempo, avrebbe lasciato le spoglie degli animali solo sulla superficie delle montagne e non (come avviene realmente!) all’interno di esse.

In realtà oggi sappiamo che sia le montagne che il nostro territorio in generale, sono spaccati di sedimenti accumulatisi nel fondo del mare e poi risaliti in seguito al movimento dei continenti e l’apertura di nuovi bacini oceanici. Noi giornalmente percorriamo quello che rimane di un portentoso accumulo di sedimenti che una volta erano in fondo a un bacino oceanico; la collisione, avvenuta 100 milioni di anni fa, tra la Placca Europea e la Placca Africana ha sollevato tutto questo materiale creando le Prealpi e quindi anche il nostro territorio. Non è l’acqua marina che ha invaso il territorio ma, al contrario, le Prealpi, un tempo fondo marino fangoso, sono state sollevate dando origine alla morfologia, alla topografia e ai rilievi del Lario Occidentale.
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Illustrazione della leggenda degli zoccoli del diavolo
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