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L'Associazione
DOCUMENTI - DIARI
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Nuovi affioramenti fossiliferi nelle Alpi Lepontine
(Val Rezzo e Val Sanagra)
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“Un riesame del reale e possibile contenuto paleontologico
nelle facies stratiformi della Dolomia Principale (Calcare di Zorzino).
Breve accenno sulla scoperta di un crostaceo nell’Argillite di Riva di Solto affiorante a Bene Lario”
di Attilio Selva
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La prima segnalazione si riferisce a un settore della Val Rezzo, situato a monte del villaggio di Corrido, presso i Monti di Gnino. La prima scoperta di reperti fossili risale al 1999, in seguito a un sopraluogo effettuato dallo scrivente che si trovava a percorrere la strada che collega Corrido a Seghebbia. Superata la cappella dei Monti di Gnino, dove è in costruzione la centrale idroelettrica, si osservano ai lati della strada facies stratiformi della Dolomia Principale che evidenziano un differente ambiente deposizionale. La scoperta dei Monti di Gnino permette di effettuare dei collegamenti con il già citato ritrovamento del Paralepidotus ornatus.
La seconda scoperta, molto recente (luglio 2005), riguarda il territorio di Menaggio, in frazione Croce, nell’alveo del torrente che scende dai Monti di Castrolla e scende a Paullo. In questa valle, al contatto con la Dolomia Principale e il limite inferiore dell’Argillite di Riva di Solto, affiora uno strato di calcari lastriformi di colore grigio-nerastro, probabilmente attribuibili alla stessa Argillite di Riva di Solto. Entro queste rocce lo scrivente segnala il ritrovamento di 15 pesci, 2 piccoli crostacei in cattivo stato di conservazione e un vegetale indeterminato. I pesci xx appartengono al genere Parapholidophorus, anche se occorre attendere ulteriore studio per identificarne le specie. Oltre ai pesci sono stati recuperati ulteriori tracce fossili difficilmente catalogabili.
Il terzo ritrovamento riguarda un versante della val Sanagra, presso i Monti di Gottro, dove affiorano facies bituminose del Calcare di Zorzino. I reperti constano di tracce di squame e denti di pesce, molto simile (nel caso delle squame) ai resti della val Rezzo. Anche questi fossili necessitano di ulteriore attento studio.
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Analisi geologica e paleogeografia dell’area in esame
“Riesame degli studi effettuati”
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Tutta l’area è costituita da Dolomia Principale, formazione risalente al Triassico superiore (Norico) che costituisce l’ossatura di tutti i rilievi carbonatici compresi tra la Val Sanagra e la stessa Val Rezzo. Prima di analizzare il contenuto paleontologico è necessario effettuare un riesame delle conoscenze geologiche circa la formazione fossilifera studiata.
La Dolomia Principale e le sue facies (Calcare di Zorzino) sono rocce sedimentarie risalenti al Norico, termine che identifica un piano del Triassico superiore datato tra i 225 e i 218 milioni di anni, nel territorio delle Alpi Lepontine queste rocce affiorano tra la Val Sanagra e la Valsolda, sostituendosi progressivamente in direzione nord-sud.
Le due formazioni facenti parte del complesso della Dolomia Principale sono rappresentate nel fg. 17 Chiavenna della C.G.I (1954) dove era già evidenziata la loro differenziazione strutturale e morfologica:
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•Tn1:
dolomie massive e grossolanamente stratificate;

•Tn2:
calcari dolomitici e calcari bituminosi straterellati;
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I primi studi in ambito lariano riguardanti queste formazioni risalgono al 1880 ad opera del Taramelli che interpretò i Tn2 come depositi retici, ovvero formazioni distinte precipitate in epoca successiva rispetto ai Tn1.
Alcuni anni dopo, 1902, il Repossi concluse correttamente che i due depositi (Tn1 e Tn2) erano coevi e sicuramente appartenenti al Norico. Lo studio del Repossi permise per la prima volta di evidenziare l’eteropia delle due facies, ovvero che Tn1 e Tn2 si erano originati nel medesimo intervallo temporale ma in ambienti di deposizione distinti.
Il diverso ambiente di formazione spiega l’eterogenea struttura morfologica e stratigrafica, in effetti solitamente una formazione di estensione locale originatasi nello stesso intervallo di tempo presenta una struttura omogenea. L’attribuzione dei depositi Tn2 al Norico venne confermata anche in epoca successiva (Lehner, 1952; Conti, 1954; Gnaccolini, 1965)

Mentre i Tn1 conservarono nel tempo il termine “Dolomia Principale”, ai Tn2 vennero attribuite differenti terminologie in relazione alle diverse aree indagate dai vari ricercatori, ricordiamo:
-Plattenkalk des Haupt Dolomites (Bistram, 1903)
-Dolomie zonate (Desio & Venzo, 1954)
-Calcare di Zorzino (Casati, 1964), Tn2 f. 17 (Chiavenna)
-Infraretico (Vecchia, 1950)
-Gruppo dell’Araralta (Jadoul, 1985)

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Come già anticipato questa diversità di termini è ricollegabile alla vasta diffusione dei suddetti affioramenti (Tn2), caratteristici del bacino lombardo, e presenti oltre che nel territorio descritto anche nel bergamasco, nel bresciano e sulla sponda occidentale del Lago di Garda.

Lo studio dei Tn1 e i Tn2 maturò in modo concreto in lavori successivi (Gianotti, 1984 a; Lualdi & Tannoia, 1985; Cirilli & Tannoia, 1985) che oltre a fornire descrizioni più dettagliate, elaborarono una ricostruzione paleogeografia.

Per comprendere la natura e l’origine delle formazioni eterotipiche Dolomia Principale (Tn1) e Calcare di Zorzino/Facies della Dolomia Principale (Tn2) qui descritti, è opportuno effettuare un inquadramento paleogeografico volto a ricostruire i paleoambienti ove hanno avuto origine i sedimenti descritti.

Un’importante ricostruzione degli ambienti deposizionali del triassico italiano è raccolta in un dettagliato lavoro (Stefani et all., 1992) che fornisce un quadro descrittivo complessivo dei bacini e delle piattaforme carbonatiche gravanti nella fascia dei grandi laghi prealpini, dal lago di Garda a lago di Lugano. La cartina allegata nella ricerca evidenzia come l’area delle Alpi Lepontine costituisca una porzione limitata di un ampio sistema “a mosaico” di bacini e piattaforme carbonatiche. L’insieme dei bacini e piattaforme descritte erano parte di un sistema ancora più grande: in effetti nel Triassico superiore (Norico) l’intero territorio italiano era simile a un ampio golfo, considerato un piccola propaggine occidentale di un ampia incisura oceanica denominata dai geologi Tetide. Secondo le ricostruzioni compiute, la Tetite era una grossa striscia oceanica che separava l’antico agglomerato continentale Eurasia (attuale Europa+Asia) dall’Africa. La progressiva rotazione antioraria dell’Africa in direzione dell’Eurasia ha successivamente occluso questo antico oceano, provocando l’orogenesi delle catene alpina e prealpina.

Indipendentemente dagli avvenimenti successivi, l’analisi della genesi delle rocce sedimentarie (Tn1 e Tn2) delle Alpi Lepontine non può prescindere la ricostruzione paleoambientale dell’antico golfo della Tetide nei settori limitrofi all’area delle Alpi Lepontine.
Una primo modello iniziale (della ricostruzione) si basa su una serie di dati raccolti in val Menaggio, frutto di lavori svolti tra il 1985 e il 1991 (Cirilli & Tannoia, 1985; Lualdi & Tannoia, 1985; Gaetani et all, 1987; Stefani et all., 1991; Bertotti, 1991).


Nel Norico il golfo della Tetide era costituito da un complesso di piattaforme carbonatiche e isole, intervallate da bacini molto profondi che comunicavano con le profonde acque oceaniche della Tetide poste ad oriente. Con il termine “piattaforme carbonatiche” si intendevano estesi bassifondi marini analoghi a quelli presenti oggi alle Bahamas, in Australia o nel Golfo Persico. L’ambiente di piattaforma, di profondità compresa tra i 15 e i 20 m, è costantemente soggetto al ciclo delle maree, pertanto emergente periodicamente (Nosotti, 1993). L’alta produttività di sedimenti carbonatici di origine biogenica imponeva che gli stessi precipitassero in imponenti accumuli, il cui risultato è culminato nella formazione delle rocce calcareo-dolomitiche che compongono la Dolomia Principale (Tn1).

Nel Norico il golfo della Tetide era costituito da un complesso di piattaforme carbonatiche e isole, intervallate da bacini molto profondi che comunicavano con le profonde acque oceaniche della Tetide poste ad oriente. Con il termine “piattaforme carbonatiche” si intendevano estesi bassifondi marini analoghi a quelli presenti oggi alle Bahamas, in Australia o nel Golfo Persico. L’ambiente di piattaforma, di profondità compresa tra i 15 e i 20 m, è costantemente soggetto al ciclo delle maree, pertanto emergente periodicamente (Nosotti, 1993). L’alta produttività di sedimenti carbonatici di origine biogenica imponeva che gli stessi precipitassero in imponenti accumuli, il cui risultato è culminato nella formazione delle rocce calcareo-dolomitiche che compongono la Dolomia Principale (Tn1).

Occorre ricordare che le prime affermazioni di un ambiente marino nell’area in esame sono evidenti con la deposizione dei Gessi di Nobiallo, avvenuta in epoca antecedente al Norico (Carnico). Il ritrovamento di depositi evaporitici (intercalazioni gessose) nell’area limitrofa alla val Sanagra (v. Negri & Spreafico, 1869; Renevier, 1879 ;v. anche Bertotti, 1991) conferma che le prime trasgressioni marine erano caratterizzati da mari bassi, in cui si verificano rilevanti variazioni di livello che provocano cicli di evaporazione e conseguente precipitazione di Gesso. Questa situazione, sebbene non così estrema, si è mantenuta anche nel Norico anche se in questo periodo, in relazione all’attività tettonica, cominciavano ad aprirsi bacini più profondi (v. oltre).

L’attività tettonica presente in prossimità delle piattaforme carbonatiche permise la formazione di numerosi bacini ristretti, profondi un centinaio di metri. Tali bacini, essendo collocati all’interno delle piattaforme e in isolamento con le acque e le correnti oceniche, creavano degli ambienti stagnanti dove l’acqua tendeva a impoverirsi di ossigeno e ad accumulare materia organica proveniente dagli strati superiori. L’assenza di ricambio idrico, l’accumulo delle spoglie degli organismi che popolavano gli strati d’acqua superiori e il conseguente calo di ossigeno creavano l’istaurarsi di condizioni anossiche. La stagnazione dell’acqua e parimenti la minor energia della stessa permettevano l’accumulo di depositi sedimentari a grana fine mischiati ad elevato carico organico. La diagenesi di questi accumuli portò alla formazione delle facies bituminose del Calcare di Zorzino (Tn2).

Questa prima ricostruzione degli ambienti deposizionali della Dolomia Principale e del Calcare di Zorzino è estremamente semplificata e non corrisponde alle condizioni realmente presenti. A palesare questo concetto basti ricordare che le stesse piattaforme carbonatiche non mantenevano un profilo batimetrico costante, infatti estese aree a bassa profondità erano intervallate a lagune o settori periodicamente emergenti.

Un altro fattore non trascurabile è emerso nello studio della piattaforma Sasso San Martino, della zona Piano-Porlezza (Cirilli & Tannoia, 1985; Lualdi & Tannoia, 1985) e del Sasso di Mont in Valsolda (Gaetani et all., 1987). In questa serie di lavori si individuarono una serie di facies sedimentologiche originate dall’accumulo di depositi nelle zone di raccordo tra le piattaforme carbonatiche e i bacini profondi descritti. Gli studi, concentrati al Sasso San Martino e al Sasso di Mont, hanno evidenziato litofacies a Megabrecce, Pebbly mudstones, Slump deposits, Torbiditi carbonatiche, Microtorbiditi, Mudstone nerastri. Tali litofacies evidenziano un articolata morfologia di passaggio tra piattaforme e bacini, maggiormente evidente nel settore occidentale (Valsolda) a causa delle maggiori profondità del bacino, imputate all’attività tettonica della faglia di Lugano (Gaetani et all, 1987).

In definitiva le indagini geologiche delle Alpi Lepontine evidenziano che l’area era sede di un bacino ad andamento prevalente nord-sud e delimitato dalle aree di piattaforma attualmente rappresentate dalla Dolomia Principale di Sasso San Martino (a est) e della Valsolda (a ovest). Le piattaforme, con il proprio margine attivo, digradavano in una scarpata (Valsolda) che proseguiva in un pendio (Val Solda-media Val Sanagra-Monti di Croce, Menaggio) alla cui base si trovava il bacino prossimale (Valsolda-bassa Val Sanagra) e la piana di bacino (Piano-Porlezza).

I reperti dei Monti di Gnino constano di 5 esemplari: 3 piccoli pesci e frammenti isolati di squame.

Uno dei pesci sembra attribuibile al genere Thoracopterus, già identificato nell’area bergamasca (Cene, Val Seriana).

I reperti della Val Sanagra, provengono dai Monti di Gottro e constano di alcune squame molto simili a quelle ritrovate in Val Rezzo; associate alle squame si rinvengono alcuni denti isolati.

I fossili dei monti di Castrolla comprendono 7 pesci appartenenti al genere Parapholidophorus, mentre 1 esemplare, privo della regione cefalica, è di dubbia attribuzione. Oltre ai pesci, si segnala il ritrovamento di alcuni reperti di difficile identificazione.

Tutti i reperti menzionati (Val Rezzo, Monti Castrolla e Val Sanagra) sono conservati presso il Museo Etnografico Naturalistico della Val Sanagra.
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Bibliografia
* Villa Camozzi

MUSEO ETNOGRAFICO
E NATURALISTICO
VAL SANAGRA


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Email: comune.grandola@tin.itwww.museovalsanagra.it
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