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all’aperto Val SanagraCalchere

Album Fotografici
* Grandola ed Uniti
Museo Val Sanagra Calchere

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Caichere

dove Fornace

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Le Calchere
della Val Sanagra e dintorni

“Una prima mappatura delle calchere
presenti in Val Sanagra e nei dintorni”
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AUTORI
Attilio Selva, Pietro Tedesco e Federico Cereghini
V
Che cos’è una calchera…
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Le calchere sono delle fornaci utilizzate in passato per la produzione della calce ottenuta cuocendo le rocce calcaree estratte dalle rocce del luogo.
La loro diffusione è concentrata principalmente nella catena prealpina dove è possibile reperire la materia prima; infatti, sono legate agli affioramenti di calcare o dolomia.
La necessità di utilizzare la pietra calcarea spiega la collocazione delle calchere della Val Sanagra, concentrate nella zona a sud della Linea della Grona, la grossa frattura che divide le dolomie (a sud) dalle rocce cristalline (scisti, a nord).
A nord della faglia (oltre l’allineamento Forcoletta - Alpe Logone) le rocce calcaree vengono sostituite dagli scisti che presentano una composizione chimica diversa dal calcare e pertanto non possono essere utilizzati per la produzione della calce.
Gli scisti, più resistenti al calore, erano invece molto utili per la costruzione dei muri portanti della calchera.


Siamo di fronte a un fatto molto curioso:
mentre le rocce necessarie per realizzare le murature portanti del forno provenivano dal settore a nord dell’allineamento di cui sopra o dal greto del torrente Sanagra (che portava a valle i sassi provenienti dalle testate alte del bacino imbrifero), la materia prima veniva estratta a sud!”.
In genere le calchere sono collocate in prossimità di un torrente o vicino a valli o impluvi; è necessaria la presenza limitrofa di appezzamenti boscosi di faggio, carpino o abete, utilizzati per ottenere la carbonella utile per il funzionamento della calchera.
Il tratto inferiore del torrente Sanagra presentava quindi tutti i requisiti indispensabili per garantire il funzionamento delle calchere: i boschi, la pietra calcarea e i dolci pendii utili per ricavare gli spazi pianeggianti necessari per produrre la carbonella.
In genere le calchere hanno una forma “a botte” con dimensioni variabili comprese tra i 3-5 m di diametro e i 2-4 m di altezza. Per garantire il funzionamento erano necessarie due aperture: una nella parte sommitale, mentre l’altra, assimilabile a un piccola porta d’ingresso (1 m x 2 m), serviva per introdurre il calcare ed estrarre la calce al termine della cottura.
Un fattore non trascurabile era l’areazione: per questo giocava un ruolo essenziale la porticina d’accesso che consentiva il passaggio dell’ossigeno al fuoco mantenendo la combustione in modo autonomo.


V
Come funziona una calchera…
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All’interno della costruzione si scavava una fossa che aveva la funzione di raccogliere il carbone e preparare la “camera di combustione”.
Sopra si costruiva una base di appoggio per il calcare da cuocere, in genere si prediligevano sassi di modeste dimensioni, ciò facilitava ulteriormente le fasi di lavorazione; le pietre venivano disposte regolarmente, dalle più grosse alle più piccole.
Una volta avviata la combustione, si chiudeva la porticina d’accesso mentre il cumulo di pietre veniva ricoperto da rocce (diverse dal calcare) o zolle di terra.
Il legno preferito per la combustione è lo stesso utilizzato dai carbonai (nelle note piazzole), infatti la carbonella veniva prodotta con la medesima tecnica (cataste di legna ricoperte di terra); le piante predilette erano il faggio, l’abete o il carpino.

La calchera doveva essere sorvegliata per tre o quattro giorni, in genere erano due e tre persone che avevano la funzione di controllare il fuoco e mantenerlo alla temperatura adeguata (800-1000 °C) per ottenere la calce. L’addetto più importante alla sorveglianza era comunque il mastro fornaciaio, persona dotata di grande esperienza per compiere questo lavoro.
Il corretto funzionamento della calchera era attestato dalle fiamme rosse che uscivano dalla bocca superiore, se la cottura era prossima al termine tali fiamme assumevano riflessi azzurrognoli.
Il tempo necessario per produrre la calce era di sette o otto giorni ma, spesso, era necessario verificare lo stato di avanzamento della cottura.
Il controllo veniva effettuato prendendo un sasso dall’interno della calchera, questi veniva posto a contatto con l’acqua fredda per verificarne l’eventuale reazione. Un altro metodo consisteva nell’utilizzo di un punteruolo in ferro, valutandone la possibilità o meno di perforazione.

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...............................Una foto scattata all’interno di una calchera della Val Sanagra: in evidenza la differente colorazione
...............................delle rocce e il conseguente effetto del riscaldamento

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Al termine della cottura, lo scarico del materiale avveniva abbastanza rapidamente, infatti la calce non richiede molto tempo per raffreddarsi.
La “calce viva”, nome dato alla calce appena prodotta, richiedeva un ulteriore fase di preparazione: la reazione con l’acqua.
Questa era la fase della lavorazione più rischiosa perché la reazione tra “calce viva” e acqua, piuttosto intensa, può provocare ustioni.
Per questi motivi si scavava una fossa per accogliere la “calce viva” che veniva lentamente irrorata con l’acqua, al termine della reazione si otteneva la “calce morta” ovvero il prodotto finale pronto per l’utilizzo.

La calce viene utilizzata in diversi ambiti: negli impasti con il cemento, per fare intonaci, nella pavimentazione, per la tinteggiatura o, addirittura, in campo agricolo.
Le calchere della Val Sanagra erano di proprietà delle famiglie Leoni e Mengotti, sono state attive sino a poche decine di anni fa. In genere sono collocate vicino ad affioramenti rupestri, detriti (frane puntiformi) o torrenti, si tratta di collocazioni strategiche per avere a disposizione le materie prima.

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* Villa Camozzi
MUSEO ETNOGRAFICO
E NATURALISTICO
VAL SANAGRA
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Tel. +39 0344 32115 • Fax +39 0344 30247

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